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venerdì 8 marzo 2013

CineSpina presenta : Quartet

Con due giorni di ritardo, a causa mia ovviamente, ma eccoci qua!!! Oggi CineSpina ci parla di un film che tratta un argomento bellissimo, la musica lirica. Io ovviamente sono di parte, ma non ho visto il film e non posso dire la mia...vediamo cosa ci dice a proposito la nostra cinefila!!! :D


“Quartet”
di Dustin Hoffman
Con tutta la devozione che si deve ad un attore del suo calibro, l’esordio alla regia del grande Dustin Hoffman si ricorderà se non altro per essere un omaggio sentito e scanzonato alla musica classica. Il suo “Quartet” sembra avere tutti gli ingredienti della commedia inglese destinata a diventare un piccolo cult. Tratta dall’opera teatrale di Ronald Harwood la storia si sviluppa attorno alle figure di quattro ex-cantanti lirici nella casa di riposo Beecham House, di rimando verdiano.
Dopo Amour di Michael Haneke, il cinema torna ad affrontare le problematiche della terza età, che, questa volta, non è in lotta contro la malattia bensì contro le glorie perdute del passato. Alla difficoltà di accettare il decorso del tempo si contrappone, però, la capacità di rileggere le note della vita da una nuova prospettiva, virtù propria della saggezza senile. Così, malgrado l’Alzheimer e l’osteoporosi, i protagonisti trovano la volontà di prepararsi ad un’esibizione in occasione dell’anniversario della nascita di Giuseppe Verdi, finanziando Beecham House con i fondi ricavati. Ci riusciranno proprio grazie all’amore per la musica, lo stesso che gli ha accompagnati nella loro esistenza e a sua volta riflesso di quello dello stesso Hoffman. Dedizione che emerge sia nel rimando continuo ad opere e ad interpreti del passato sia nella ritmica del film, continuamente scandita, forse con eccessiva ridondanza, da una serie di aree tra le più celebri del repertorio lirico.
La vicenda di Jean Horton (Maggie Smith), star dell’opera, che, dopo una vita sacrificata al successo a discapito degli affetti personali, non riesce ad accettare l’attuale declino, ne è la chiave interpretativa. Sarà il conforto e la consolazione di un amore coltivato in segreto e rinvigorito proprio dal tempo, a dischiudere in lei la possibilità di un riscatto.
I momenti di punta si devono alle battute incalzanti di due componenti del magico quartetto in particolare: l’istrionico Wilf (uno straordinario Billy Connolly) con la sua cinica ironia e la stralunata Cissy (Pauline Collins).
Eppure, nonostante la materia narrativa e la performance di attori bravissimi, il film manca di coerenza e forza, a partire dalla costruzione della storia, da cui non si riescono a cogliere a pieno le dinamiche sentimentali dei personaggi.
La sobrietà e la delicatezza della regia non sono qualità sufficienti a giustificare una sceneggiatura che appare debole, discutibile per certe scelte stilistiche di montaggio e dei dialoghi, in alcuni momenti prolissi se non addirittura superflui ai fini della narrazione. Considerando il fattore inesperienza, essendo un’opera prima, è come se nella sinfonia del film mancasse un senso di armonia generale.
Un commento a se merita la costruzione del finale, che da solo è sufficiente a condensare tutto il senso dell’opera:
lo spettatore, partecipe della piece teatrale del quartetto, vede aprirsi la scena, da cui gli anziani protagonisti, nel pieno del loro vigore e in procinto di cantare, appaiono di spalle. Non ci è dato di vederne l’esibizione e l’inquadratura lentamente si estende e si allontana dalle luci di Beecham House, lasciandone intuire la performance.
Il percorso, se intrapreso con volontà e determinazione vale quanto il risultato, ancor di più se a darci questa lezione di jeux de vivre non sono i giovani ma chi erroneamente crediamo non abbia più nulla da dirci.

Laura Spina



mercoledì 27 febbraio 2013

CineSpina, presenta : Midnight in Paris

Buonasera a tutti miei cari amici!!! Oggi voglio introdurre una nuova rubrica. Come sapete io amo il cinema, e non è mancata sul blog qualche recensione. Ma la rubrica che voglio "lanciare", questa volta non sarà mia, ma ho avuto il grande onore di lasciare questo spazio, a chi di cinema ne sa davvero tanto, a una penna che ha stile ed eleganza, a una ragazza che scrive per amore e per passione, e che io stimo davvero tanto! Noi ci conosciamo ormai da un anno...ed è un anno che io mi emoziono, rido, e condivido delusioni, leggendo le sue recensioni cinematografiche. Lei, si chiama Laura, è un'amante della vita, sognatrice quanto basta, e ha sempre un occhio critico oltre che molto ironico, che viene fuori sempre con estrema intelligenza ed educazione.
E' una ragazza come me, con degli incredibili occhi grigi (che Dio sa da dove li ha presi, sono stupendi!!!!), e un sorriso che non manca mai! In questo anno con Laura, ho potuto condividere con lei punti di vista, e soprattutto tante passioni : dal cinema (appunto), alla musica (ne sa un botto di musica), fino alla danza, galeotta del nostro incontro e della nostra collaborazione artistica.

Apriamo la rubrica con un film non recente, perchè io adoro questo film e proprio due giorni fa l'ho rivisto per la quarta volta e giuro che non mi stancherei mai di guardarlo! Quando ho letto la recensione mi sono emozionata, ho ritrovato tra le parole le emozioni che ho provato, e ho capito qualche passaggio filosofico che avevo perso!!! Spero possa piacere anche a voi. Che sia un'occasione per chi non ha visto il film di sentirsi incuriosito, e per chi l'ha visto e si è emozionato, di emozionarsi ancora! Se vi va lasciate dei commenti, così anche la nostra Spina potrà leggerli e saremo felici in due :D <3






Uscire dalla sala cinematografica in uno stato di grazia e leggerezza dopo la visione di un film di Allen era una cosa che non accadeva da tempo. Ultimamente ci aveva abituato ad una rappresentazione della vita, in cui il sogno rimaneva l’unico rimedio possibile ad uno stato di continua insoddisfazione. 
Così  in Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni, l’anziana protagonista si abbandona al paranormale e grazie al magico antidoto, rimarrà il solo personaggio in grado di godere del privilegio dell’amore, proprio perché capace di illudersi. 
Ma in quest’ultima opera, che sembra essere il proseguimento naturale delle precedenti, il prolifico regista,  sembra sovvertire la sua visione disincantata sull’esistenza umana. Malgrado l’oggi sia insoddisfacente, la magia e il sogno, sia pur vissuti in una città come Parigi, e ancor più nella Parigi degli anni 20, che meglio di ogni altra riesce a renderli in modo così vivido, non sono nulla se non hanno un riscontro con il presente. 
Ancora una volta, al centro della storia, una coppia americana dell’upper classe in frantumi, anche se il vero protagonista, questa volta per nulla autoreferenziale come in altre occasioni (vedi l’ultimo Basta che funzioni), è Gil , scrittore in piena crisi d’ispirazione oltre che coniugale. 
Incallito sognatore, vaga con la mente nella Parigi del mito dei primi del 900’, quella dei grandi scrittori della letteratura contemporanea a cui è particolarmente legato. Il vagabondare lo trascina anche per le strade di Parigi, ed è proprio in una delle sue camminate notturne che si imbatte nell’agognato sogno, il quale si ripeterà ogni volta allo scoccare della mezzanotte. 
Da qui in poi sarà un susseguirsi di gag raffinate e geniali con quell’umorismo tipicamente “alleniano” capace di rendere convincente persino il paradossale e il surreale. Il ritratto di Hemingway, appassionato avventuriero col bicchiere sempre pieno in mano, è inconcepibilmente concreto così come quello di una folle e dissociata Zelda Fitzgerald. Esilarante il gruppo dei surrealisti, da Dalì fino a Picasso, che, incarnando alla perfezione l’ideale dell’artista autoesclusosi dalla realtà, sarà bacchettato di continuo da una Gertrude Stein d’acciaio con il compito di ricondurli sulla retta via perché: “... l'artista non è colui che fugge, ma colui che con la sua opera cerca di dare senso e speranza di fronte all'insensatezza dell'esistenza …”
Ed è qui che la macchina dei sogni si blocca. Perché quell’illusione  che rappresentava l’unica via d’uscita ora è solo un mezzo per imboccarla, attraverso una lucida presa di coscienza. Se le cose non vanno, se un affetto non è ricambiato con il giusto sentimento, se la routine ti priva della fantasia rendendoti incapace di agire e realizzarti, non scoraggiarti, volgi lo sguardo ad un tempo perduto. Ma ricorda, la dimensione della nostalgia non è quella dell’uomo che vive ed ogni presente avrà il suo passato nostalgico, e ogni sogno si imbatterà in un altro sogno, che si trasformerà in un’altra delusione. Come fare allora? La soluzione esiste ed è meravigliosamente semplice, solo che non ci si accorge di averla sotto gli occhi: trasferire il sogno nel presente. E Gil, liberandosi dell’opprimente peso della sua vita attuale, ma lasciandosi alle spalle un passato meraviglioso che, però, non gli appartiene, guarda al futuro, alla possibilità di un nuovo incontro, di un nuovo sorriso che si apre sotto la pioggia di una più che mai magica e romantica Parigi. Insomma, un messaggio intriso di speranza in tempi difficili era ciò che mancava. E come non ascoltarlo se a dircelo è il maestro indiscusso del cinema.

Laura Spina.